venerdì 31 maggio 2013

L’amore ai tempi dei denti da latte

La prima fu Micoletta.

Lui, due anni appena e ancora con i riccioli biondi, la intercettò al tavolo di un ristorante; lei ci giocò per una decina di minuti, poi non si rividero più. Ma lui continuò a parlarne per mesi, inventando avventure romantiche con loro due protagonisti, che alla fine fuggivano insieme su un camion dell’immondizia.
All’asilo nido c’era Ludovica. Ausiliarie ed educatrici raccontano di lei, occhi grandi e trecce, e lui, in preda a sfrenata logorrea, che si nascondevano insieme sotto il castello, e lui la stordiva di chiacchiere raccontandole storie di vulcani. Li chiamavano la pupa e il secchione.
Al primo anno di scuola materna incontrò Anita. Lei era alta, con lunghi capelli castani e occhi nocciola, decisamente fuori portata. Lui le arrivava alla spalla ma, sfacciato, la invitò lo stesso alla sua festa. E lei venne, vestita da fatina. Agli atti, una foto di loro due insieme che ne testimonia il dislivello (fisico ed emotivo).
Il secondo anno di scuola materna, in una sorta di nemesi, lui accolse sotto la sua (piccola) ala protettiva la minuscola Benedetta. Lei aveva tre anni e i codini, lui le versava l’acqua a tavola e le porgeva il tovagliolo.
Del terzo anno di materna - in pratica, siamo ai giorni nostri - riportiamo fedeli stralci di conversazione, più eloquenti di qualsiasi descrizione.
Due mesi fa:
“Mamma, sono fidanzato con Elisa.”
“Ahem, ok. Lei lo sa?”
“Certo, lo ha deciso lei. Ha detto che sono il suo fidanzato e io ho detto va bene.”
 
Un mese e mezzo fa:
“… e sei sempre fidanzato con Elisa?”
“Oggi no.”
“???”
“Oggi no, perché lei ha voluto essere fidanzata con Riccardo. E una volta ha voluto essere fidanzata con un suo amico di piscina.”
“Ahem, e a te sta bene? No, perché sai, se uno è fidanzato mica può cambiare idea ogni giorno…”
 
Un mese fa:
“Mamma, non sono più fidanzato con Elisa.”
“Ah, e come mai?”
“Perché lei cambia sempre idea, e allora oggi è venuta da me e mi ha detto se volevo essere il suo fidanzato, e io le ho detto cara Elisa, mo’ t’attacchi.”
“... le hai detto proprio così?”
“Sì. Giusto?” 
Quindici giorni fa:
“Lo sai, Elisa mi chiede sempre di essere il suo fidanzato. Ma io dico di no.”
“Ma non ti piace più?”
“Sì, mi piace sempre. Però deve decidere una volta per tutte.”
“Ok. Però non devi farla rimanere male. Dille se stavolta è proprio sicura, e se sì, e se tu vuoi, puoi essere di nuovo il suo fidanzato.” 
 
Dieci giorni fa:
“Mamma, io e Elisa siamo di nuovo fidanzati. Lei ha scelto me.”
“Bene, sei contento?”
“Sì. E abbiamo deciso che Riccardo è il suo finto fidanzato, e Chiara è la mia finta fidanzata.”
“Finti fidanzati??? Ma Chiara non è la fidanzata di Davide?”
“Sì, ma a lui sta bene. E anche a Chiara.”
 
Cinque giorni fa:
“Mamma, sai che l’anno scorso Elisa e Riccardo si sono baciati sulla bocca?”
“Ah. E… ehm… e tu?”
“No, io no! Io non voglio. Magari quando avrò sedici anni.”
(hola interiore)
 
Ieri:
“Mamma, sai che Elisa l’anno prossimo andrà in un’altra scuola?”
“Sì, lo so. Ti dispiace? Dài, tanto lo sai che l’anno prossimo vai in prima elementare, e conoscerai tanti nuovi amici… chissà, magari avrai una nuova fidanzata.”
“Ma lei sarà sempre ELISA”.
 
Sempre. O, almeno, fino al 30 giugno.
 
 

lunedì 6 maggio 2013

Undici cose che mi ricordo di Londra

  1. che ci siamo sdraiati al sole sull’erba di St. James Park, che più che un parco sembra un giardino, per quanto è bello. E ci siamo tolti le scarpe, proprio come fanno i londinesi al primo accenno di primavera. 
  2. che viaggiare è come andare in bicicletta, e io sono ancora capace.
  3. che certi scorci da cartolina, il Tower Bridge, il Big Ben, Westminster Abbey, ti lasciano senza fiato, e hai voglia a fare foto, non renderanno mai (almeno le mie) la meraviglia di essere lì davanti.
  4. che la mattina guai a saltare la razione quotidiana di uova&bacon, tanto poi li smaltiamo camminando.
  5. che questa città ha mille volti: è elegante e alternativa, megalomane e cialtrona, piena di traffico ma anche di oasi verdissime, di gente che corre con la valigetta in mano e altra gente che bivacca fuori dal pub con una birra; ha grattacieli e mercatini, chiese e stracci, ha storia e ha futuro.
  6. che a vestirmi a cipolla sono una grandissima, sono arrivata ad indossare fino a 5 strati perfettamente alternabili a seconda delle temperature – e  noi siamo passati dai 20 gradi del primo giorno (quello del parco, e dello sbraco, e senza le scarpe) al vento gelido della Tower of London, che era proprio intonato al contesto, comunque.
  7. che i tre mi sono mancati, certo, e sentirli al telefono (e non distinguerli subito tra loro) era una piccola stretta al cuore, ma ci sono stati lunghi momenti in cui non li ho pensati proprio, tutta presa com’ero  da questa città, e da me.
  8. che non c’è niente da fare, loro stanno avanti. Lo vedi dai bagni pubblici pulitissimi (gli inglesi sono sporchi? a casa loro forse. I luoghi pubblici sono dei gioielli), dalla metro che è una ragnatela, arriva dappertutto e la devi prendere al volo, perché almeno noi non abbiamo mai aspettato più di due minuti.
  9. che abbiamo riso un sacco, come scemi, come ragazzi.
  10. che i nonni dicono che ai bimbi non siamo mancati per niente (a loro invece moltissimo), e io sono felice che siano stati così bene; ma quando siamo tornati, il Morbido ci ha stretto in un abbraccio lunghissimo, Piccoloprincipe in piena logorrea faceva il servizievole, e lo Scricciolo ci razzolava intorno guardingo ed emozionato. Quindi cari nonni, voi siete stati bravi, e grazie davvero, ma non ci avete capito niente. Gli siamo mancati eccome.
  11. che Londra comunque è stronza. Perché ti lascia quella sensazione di possibilità aperte, di cose da fare, e non lo so mica se è un bene, perché quando torni non puoi fare a meno di chiederti: è proprio questo il massimo che posso avere? è davvero tutto qui?